61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
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Roma – 30 Giugno 2026 by Qinggang Xiang

All’interno degli spazi della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, capolavoro museografico di Carlo Scarpa, è stata inaugurata la mostra dell’artista cinese Ding Yi (丁乙) intitolata Cosmotechnics: Ding Yi’s Planetary Codes, a cura di Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera. L’esposizione non si configura unicamente come l’estensione longitudinale e genealogica dell’estetica del segno “Crosses (十示)”, che l’autore persegue da quasi quarant’anni. Essa sancisce, piuttosto, un profondo passaggio verso un’ontologia dell’astrazione. Il percorso espositivo documenta il mutamento della prassi pittorica di Ding Yi: un passaggio definitivo che scardina l’algida razionalità industriale della prima modernità cinese, per ascendere a una “meditazione esistenziale (存在论式的沉思)” declinata sulla macro-scala del pianeta.
Il nucleo teorico fondamentale attorno a cui ruota la mostra trae origine dal concetto di “Cosmotechnics 宇宙技术”, già formulato dal filosofo Yuk Hui 许煜. Attraverso codici artistici, il progetto tenta di ricomporre il legame primordiale tra l’ordine cosmico e la radice spirituale e morale dell’essere umano, ponendosi come alternativa alle fratture e ai domini imposti dall’attuale era della globalizzazione tecnologica. Nell’evoluzione semiotica dell’immagine, Ding Yi converte i suoi segni più identitari — i moduli “+” e “×” — in una sequenza di scenari in bianco e nero. Caratterizzati da un’assoluta essenzialità e da un rigoroso autocontrollo spirituale, collegato ai canoni iconografici delle antiche epigrafi e delle steli d’oro e di pietra 金石碑刻. La retorica del segno, che unisce pennellata e incisione 笔墨与刀法 si collega con l’astrazione geometrica del Modernismo occidentale. Ciò introduce una riflessione filosofico-artistica sull’ontologia della tecnica, sull’eterogeneità dei medium e sull’archeologia dello spirito umano.
L’architettura espositiva e la sua narrazione si intrecciano, restituendo la “soggettività (主体性)”allo spazio di Scarpa, riportato dall’artista e dal team curatoriale alla sua ambientazione originaria. Le opere d’arte, che popolano e quasi germogliano all’interno di questo ambiente agiscono come una sorta di “Planetary Codes 行星代码” pulsante e in costante rivelazione. La configurazione della mostra delinea un percorso percettivo dinamico e circolare; un movimento fluido che, innestandosi nella rigida e poetica geometria dell’architettura, evoca miracolosamente l’esperienza estetica mutevole del giardino tradizionale cinese: un fluire in cui lo spazio si contrae e si espande continuamente, secondo il principio del “cambio di scenario a ogni passo 移步换景”.


La mappatura dei segni “Crosses 十示” sullo Spazio cosmico-planetario
All’interno della genealogia iconografica dell’arte contemporanea cinese, la sintesi estrema impressa da Ding Yi alla linea del segno “Crosses (十示)” è oltre la dimensione retorica o tecnica, sedimentandosi e cristallizzandosi in un “segno ontologico-visivo (视觉本体论符号)”. L’ordine geometrico costituisce la pietra miliare del suo totem estetico e, attraverso un profondo intreccio tra razionalismo e fede trascendentale, raggiunge la dimensione critica nell’evoluzione dell’astrazione contemporanea cinese. La prassi artistica di Ding Yi muove inizialmente da un processo di disincanto e da una decostruzione sovversiva della razionalità dell’era industriale. Con acuta intuizione, l’artista estrapola i freddi “registration crosses (套准对位线)” utilizzati nell’industria tipografica tradizionale della stampa, e li trasforma iniettandovi un’intensa esperienza percettiva legata alla biografia individuale. In questo prolungato esperimento dell’animo, che assume i moduli del “+” e del “×” come coordinate primordiali, il segno minimale subisce una decisiva trasmutazione estetica attraverso un’infinita ripetizione quasi ascetica, una stratificazione densa e micro-variazioni cromatiche. Ding Yi frantuma i dettami della grafica industriale per dedurre, codificare e sprigionare un’infinità di possibilità legate alla profondità spaziale, alla tattilità del medium e alla densità della filosofia esistenzialista.
Nella macro-evoluzione dell’immagine, le infinite variazioni dei moduli “+” e “×” indirizzano storicamente la sfera visiva e psicologica dell’osservatore verso una grandiosa riproduzione astratta del “bagliore stellare del cosmo 宇宙星芒”. Nell’universo, ogni epifania luminosa delle stelle è la traccia vitale e tangibile di dimensioni spazio-temporali eterogenee, che si intrecciano e collidono all’interno di un campo gravitazionale. Il fenomeno si sedimenta nella memoria collettiva 集体记忆 dell’umanità rivolta al firmamento. Di conseguenza, gli innumerevoli e fatali incroci del “+” e del “×” sulla superficie pittorica compiono — al massimo grado di purezza formale — una sintesi semiotica della luce stellare originaria. Ciò risuona e convalida l’esatto verdetto critico-accademico formulato dai curatori Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera per definire la specificità artistica del “Planetary Code” di Ding Yi. Queste quattro parole non solo sanciscono una perfetta intertestualità tra le grandiose forme spaziali della luce cosmica e i segni geometrici astratti dell’artista, ma riescono anche a compiere una transizione straordinaria sulla superficie dell’opera. Attraverso infiniti “+” e “×” tangibili, tattili e persino solcati da profonde texture e incisioni, l’opera traduce le dimensioni spaziali di quell’ordine cosmico, invisibile, illimitato e remoto, ancorandolo saldamente in una coordinata estetica e visiva che l’essere umano può finalmente esperire e percepire con il proprio corpo.


L’equilibrio vitale nell’architettura di Scarpa: il Bianco e il Nero
Nell’esposizione, Ding Yi spinge l’esplorazione del segno “Crosses 十示” verso una dimensione cosmologica ancor più monumentale e totalizzante. Le dodici nuove opere di grande formato in bianco e nero non si configurano solo come una forma di pittura astratta dall’autodisciplina radicale, ma si tramutano in un paradigma epigrafico segnato dal solco del tempo. Esse si dispongono nello spazio architettonico come costellazioni generatesi spontaneamente nel cosmo. Tra le pieghe lapidee e i mattoni di Carlo Scarpa, i dipinti generano un campo gravitazionale in perfetto equilibrio, che riflette profondamente il nucleo della filosofia classica cinese: l’intreccio e l’alternanza tra lo Yin 阴 e lo Yang 阳. La dimensione visiva del principio di complementarità tra Yin e Yang costituisce, nella sua massima purezza, l’espressione delle leggi naturali del cosmo e del movimento di tutte le cose. Essa si allinea con precisione alla grandiosa pulsazione cosmica descritta nell’antico trattato Yijing 易经 (Il Libro dei Mutamenti): L’alternarsi di un momento Yin e un momento Yang è ciò che si chiama Tao 一阴一阳之谓道. Risuona, inoltre, con lo stato spirituale intuito da Laozi (circa 571-470 a.C.) nel capitolo XLII del Daodejing 道德经: Tutte le cose portano lo yin sulle spalle e stringono lo yang tra le braccia, colmarsi di soffio vitale è la loro armonia. 万物负阴而抱阳,冲气以为和. È l’immagine delle due forze primordiali che, agitate nel flusso sconfinato del cosmo, raggiungono proprio al limite del loro conflitto un’armonia dinamica e un equilibrio di ordine superiore.
Questa matrice di nuove opere codifica all’interno della sala due “spazi d’intersezione tra il bianco e il nero 黑与白的相交空间” estremi, antitetici e infinitamente estesi. Lungi dall’essere dicotomiche, queste due dimensioni si rivelano reciprocamente causa ed effetto in una sorta di nastro di Möbius 莫比乌斯环 in cui ogni punto di collasso finale è, al tempo stesso, la genesi della rinascita. Sia che si proceda dall’evoluzione del “bianco” assoluto verso il “nero” più profondo, sia che si assista al collasso del “nero” assoluto verso il “bianco” più puro, la superficie pittorica attraversa inevitabilmente, nella percezione visiva dell’osservatore, una “zona grigia di transizione 灰色空间地带”, generata dalla densa stratificazione di migliaia di pennellate. Questa orbita di transizione grigia è precisamente lo “spazio-tempo della sopravvivenza biologica 生存的时空” o eterotopia dell’esistenza. Qui, Ding Yi assume i suoi iconici moduli “+” e “×” come veri e propri vettori temporali. Attraverso il lavoro fisico dei polpastrelli e del pennello, l’artista incide e registra su questa superficie bidimensionale le tracce del passaggio della vita tra le macerie. Il processo non rappresenta solo lo sviluppo biologico della vita a livello materiale o una mera ricerca di equilibrio tra forze, ma si configura come un ciclo perpetuo e inesauribile: un “algoritmo cosmotecnico 宇宙的技艺法则”.



L’impronta della civiltà: la transizione spaziale dal segno Crosses 十示 alla stele di pietra
Di fondamentale rilievo nella mostra è la prima sperimentazione di Ding Yi con la tridimensionalità della scultura in pietra. L’introduzione dell’inedito medium materico eleva la sua pratica artistica a epigrafia iconografica 图像碑志学. All’interno degli schemi spirituali della cultura tradizionale cinese, la stele di pietra è da sempre investita di una sacralità materica grave e immortale: un saldo ancoraggio del tempo storico, deputato a scolpire grandi gesta, cristallizzare memorie e proclamare fedi. Trasferendo i suoi moduli “+” e “×” dalla flessibilità della tela alla durezza algida e ostinata della pietra, Ding Yi ricorre all’antico intervento fisico dell’incisione in negativo 阴刻. In tal modo l’artista collega l’apparato di segni d’avanguardia a una scala temporale geologica 地质学时间尺度, marcatamente antropo-decentrata e non-umanista. Dietro questa transizione mediale si compie una profonda riconfigurazione delle scale spazio-temporali e una sedimentazione della forma. Se il tempo della pittura è da sempre fluido, mutevole e reversibile, il tempo della stele di pietra si fa invece geologico, silente e perennemente immobile. Quando il modulo “Crosses 十示” si trasmuta dalla superficie fluttuante del colore alle profonde incisioni e ai solchi della pietra, esso si sedimenta in un reperto denso di implicazioni archeologiche, come reliquia di una civiltà pre-moderna. Le due “Steli dei Crosses 十示碑” erette all’interno dell’Area Scarpa manifestano un duplice immaginario di dislocazione temporale: da un lato, appaiono come enigmi irrisolti lasciati all’attuale era dell’Homo Sapiens da una civiltà evoluta proveniente da un futuro remoto; dall’altro, evocano gli strumenti materici di una civiltà primordiale e ancestrale, utilizzati per osservare la vastità del firmamento ed eseguire computazioni cosmiche. Nello scenario di sculture lapidee, il silenzio assoluto ingaggia una resistenza ontologica contro le immagini da schermo della nostra era digitale: simulacri iper-piatti, precari e in perenne mutamento, consumati come fast-food visivi. Ciò delinea un’allegoria poetica e tragica dell’era della post-finzione: nell’odierno ecosistema saturo di sovraccarico informativo e dominato dal potere coercitivo degli algoritmi, l’artista agisce in direzione ostinata e contraria. Lui sceglie l’atto più primordiale e arcaico dello scavo sul supporto più duro della superficie terrestre, per consegnare un’impronta astratta e pura al nostro tempo – effimero e fagocitato dal flusso di dati.
Parallelamente, la mostra seleziona ed espone sette opere fondamentali che, coprendo l’arco temporale dagli anni 80 agli anni 2020, segnano gli snodi cruciali del percorso storico. I lavori agiscono come coordinate, delineando la traiettoria di metamorfosi e sublimazione che ha caratterizzato il linguaggio di Ding Yi per quasi quarant’anni. Il corpus espositivo rivela l’evoluzione della sua poetica minimalista, rigorosa e controllata alla fine degli anni 80. L’artista ha attraversato e colonizzato nuovi territori formali, fino ad approdare a una grandiosa visione creativa che spazia dalla micro-dimensione urbana al macro-mondo, fino all’infinito cosmo planetario. In questo scenario, la pennellata formale della pittura, la presenza materica e sensoriale della scultura e la rigida geometria dell’architettura di Carlo Scarpa raggiungono la loro collimazione, fondendosi in una risonanza totale all’interno di questo spazio espositivo. In merito alla profonda risonanza spirituale tra l’opera dell’artista Ding Yi e lo spazio progettato da Carlo Scarpa, i curatori Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera hanno così scritto:
Ding Yi’s Cosmotechnics finds an exact counterpart in Carlo Scarpa’s Area at the Fondazione Querini Stampalia: a modernist instrument of equilibrium designed to live with Venice’s instability rather than deny it. Scarpa measures water, threshold, and passage with the same rigor that Ding Yi applies to the pictorial field. The new monochrome series here is a structural decision, like a register that clears perceptual noise and makes interval and proportion legible. In dialogue with Scarpa, Ding Yi traces a logic of construction in which painting, sculpture, and architecture converge and form a grammar of thresholds, attuned to a city where balance is always negotiated.
Nel cuore profondo di Venezia — città acquatica ed eterna, antica, mutevole e da sempre crocevia e luogo di collisione tra le civiltà d’Oriente e d’Occidente —, l’artista Ding Yi, riesce prodigiosamente a coordinare i moduli a croce con l’equilibrio monocromo, bianco e nero, dello Yin e dello Yang. Quei solchi brucianti impressi sul legno di tiglio e le ombre silenziose che sprofondano nella pietra costituiscono il respiro dell’umanità su un pianeta fatto di dati, algoritmi e crisi. In questo frangente, i segni più elementari collassano e convergono infine in un’immensa distesa di stelle; parallelamente l’antica sapienza del fare artefatti supera la frattura generata dall’alienazione tecnologica per ricongiungersi, attraverso la filosofia della saggezza orientale, a un’eterna “poetica cosmotecnica 宇宙技术诗学”.



Bibliografia di riferimento
Alfredo Cramerotti & Auronda Scalera (a cura di), Ding Yi. Cosmotechnics, Milano, Skira Arte, 2026.
Lu Yinghua (a cura di), Ding Yi. Shiziti [丁乙 十字体], Shanghai, Shanghai Renmin Meishu Chubanshe, 2020.
Yuk Hui, The Question Concerning Technology in China: An Essay in Cosmotechnics, Falmouth, Urbanomic, 2017.
Yuk Hui, Art and Cosmotechnics, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2021.
Francesco Dal Co & Sergio Polano, Carlo Scarpa. La fondazione Querini Stampalia a Venezia, Milano, Electa, 2022.
Maura Manzelle (a cura di), Carlo Scarpa. L’opera e la sua conservazione. Giornate di studio alla Fondazione Querini Stampalia, Venezia, Edizioni Cicero, 2002.
Wu Hung, Monumentality in Early Chinese Art and Architecture, Stanford, Stanford University Press, 1995.
Zhu Xi, Zhouyi benyi [周易本义], Pechino, Zhonghua Book Company, 2009.
Laozi, Laozi Daodejing Zhu [老子道德经注] (a cura e commento di Y. Lou, note di W. Wang), Pechino, Zhonghua Book Company, 2011 (Opera originale pubbl. ca. III secolo a.C.).


