Una Carezza d’Amore nel Buio Accettato
Roma – 18 settembre 2026 by Vittoria Biasi

Il Padiglione Nazionale dell’Egitto alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia presenta Armen Agop nel duplice ruolo di curatore e artista. Agop si fa portavoce di una cultura egiziana profonda e spirituale, capace di unificare l’arte, la filosofia e la vita quotidiana. Sotto il titolo Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible, l’esposizione si articola attraverso tre opere scultoree e due pittoriche: cinque creazioni distinte, eppure indissolubilmente legate dalla medesima centralità formale, concepite per recitare un unico, potente mantra: il Silenzio.
L’esperienza comincia prima di varcare la soglia. L’invito al silenzio che accoglie i visitatori sulla soglia del Padiglione è una preparazione rituale verso qualcosa di sconosciuto. Superato l’ingresso, il rapporto con l’ambiente avvolge il pubblico in un’emozione immediata. Il percorso si snoda attraverso tre sale progettate per realizzare la fusione concettuale e poetica dell’opera con lo spazio.
All’interno, un’oscurità morbida e porosa inghiotte le pareti. Questa penombra non è assenza di luce ma è l’involucro di un mistero, che immette il visitatore in un luogo immaginario, quasi facendogli compiere un viaggio dantesco. È in questa atmosfera che avviene l’incontro con la materia. Disposta su una base in un’area non centrale della prima sala, la scultura in granito scuro si manifesta come un’apparizione, con una superficie vellutata resa quasi impalpabile dall’estremo grado di levigatura. Il granito nero è la pietra monumentale e millenaria per eccellenza della cultura egizia
Quella stessa pietra evoca l’archetipo della sacralità minerale presente in numerose culture, richiamando la pietra filosofale del simbolismo alchemico quale strumento di rigenerazione.
In questo spazio ipnotico, l’oscurità iniziale sembra cedere il passo a una metamorfosi interiore, dove le cellule oscure vengono gradualmente sostituite da cellule luminose. Emerse dalla penombra, le sculture risplendono di una luce profonda – simile agli ultimi bagliori di un tramonto che si immerge nel mare – che diventa il vero linguaggio della ricerca filosofica di Agop.
La poetica dell’artista si configura come un profondo invito alla riflessione sulla luce che nasce direttamente dall’oscurità. Questa instancabile ricerca espressiva richiama da vicino la tensione esistenziale di alcuni celebri versi di Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine:
Ah, chi mi salverà dall’esistere? Non la morte che voglio, né la vita: è qualcosa che brilla nel fondo dell’inquietudine come un diamante possibile nel fondo di un pozzo in cui non si può scendere.
La luce dell’oscurità, che per Agop scaturisce da un buio accettato nella sua insondabilità, sembra appartenere proprio al suo intimo rapporto con il reale.
In quest’ottica, la monocromia bianca e la monocromia scura non rappresentano scelte cromatiche, ma segnano l’approdo ultimo di due differenti modi di relazionarsi con l’esistenza. Il bianco, più astratto e concettuale, è l’esito di un cammino mentale fatto di sintesi e distacco; e diventa lo strumento necessario per intercettare quei segnali imprendibili dell’esistenza sui quali l’artista sceglie di rifondare la propria estetica. La monocromia scura, al contrario, stringe un legame intensamente materico: è una dimensione che attraversa il corpo, indaga la realtà e con essa si ferisce. Tuttavia, da questo rapporto forte con la materia, l’artista esce fortificato, imparando a sostenere e ad accettare le diversità del mondo.
Invitando il visitatore al silenzio e al contatto fisico con l’opera, all’interno di una luce in cui il bianco e lo scuro mantengono il medesimo rapporto di intensità, l’artista crea la condizione ideale per un incontro profondo, privo di distrazioni o turbamenti esteriori, con le sculture. Il percorso si rivela un cammino generato con amore, e il contatto con la pietra si traduce in una tremolante carezza d’amore.
Nella seconda stanza, la scultura e il dipinto si ri-flettono l’uno nell’altro. L’allestimento di questo spazio si configura come una vera e propria lezione teorico-filosofica sull’armonia dell’universo, articolata sui dualismi universali: chiaro e scuro, pittura e scultura. Le linee della forma scultorea, pur mutando solo nelle dimensioni, rimangono morbide e sollecitano l’opera a un moto dinamico, a un continuo movimento di salita e discesa. Questa straordinaria compattezza di visione, in cui decade ogni barriera tra sacro e profano, eleva ogni azione umana a vero e proprio atto di devozione, purché compiuta in perfetta armonia con l’ordine divino. Il percorso dall’intangibile al fisico si conclude nella terza sala: questa è una zona tranquilla in cui sedersi, osservare, rielaborare lasciandosi attraversare dal suono delicato e dal profumo di loto.
La poetica di Armen Agop è parte della corrente della storia dell’arte legata a un percorso mistico-sociale che le diverse ultime Biennali stanno evidenziando.
L’invito al silenzio rivolto al visitatore all’ingresso del Padiglione, nella terza sala diviene l’orizzonte ultimo della ricerca: un misticismo assoluto che si compie, per citare la felice immagine del Cardinale Giovanni Bona nel suo De divina psalmodia, quando infine “le labbra si consociano l’una sull’altra” (cfr. Carlo Ossola, La parola mistica come fuoco nelle pietre, Il Sole 24 Ore, 12/04/2026)




