61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia
In Minor Keys
COLLATERAL EVENTS
Exhibition from Macao – China
Roma – 4 Settembre 2026 by Qinggang Xiang

Nell’ambito della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, l’8 maggio 2026 ho visitato il Padiglione di Macao allestito negli spazi di Campo della Tana. Curata congiuntamente da Feng Yan 冯延 e Cindy Ng Sio Leng 吴少英, l’esposizione si sviluppa attorno al pensiero estetico dell’artista Jacone. La mostra Jacone’s Polyphony 雅古纳的复调 ridefinisce, all’interno del discorso artistico contemporaneo di Macao, un percorso esistenziale intessuto di fede e singolari risonanze emotive. In questo contesto, “Jacone” cessa di essere una mera coordinata cronologica per farsi autentico spazio spirituale. L’esposizione, costruita con attenzione estetica, rintraccia e libera la tensione narrativa latente in una memoria d’avanguardia, rivelandone l’attualità. In questa partitura polifonica e multidimensionale, la storia si spoglia di un’apparente staticità e si tramuta in un’eco di stringente interrogazione intellettuale che risuona quasi tra le pareti della sala. L’intimità dell’emozione viene così sublimata in una sinfonia interiore universale: un audace slancio trans-temporale che si tramuta in una profonda epifania sulla spiritualità dell’essere umano.
Il nucleo teorico dell’intero progetto espositivo scaturisce dal viaggio intrapreso nel XVII secolo a Macao da Wu Li 吴历, pittore letterato della dinastia Qing e fervente cattolico. Piuttosto che operare una monumentale ricostruzione filologica della sua biografia, i curatori hanno scelto di esporre opere del maestro, in cui coesistono la postura dell'”erudito tradizionale orientale” e l’afflato spirituale della “religiosità occidentale”. Questa concezione diviene il filo conduttore dell’esposizione. Attraverso la decostruzione e la riscrittura di questo particolare percorso, l’esposizione collega il passato al presente, mutando la cronologia lineare e unidirezionale in una narrazione spaziale contemporanea multidirezionale. In osservanza di questa poetica, i tre artisti nativi di Macao: Eric Fok Hoi Seng 霍凯盛, O Chi Wai 柯智伟 e Veronica Lei Fung Ieng 李凤莹, sono stati invitati a elaborare i propri interventi e a interpretare l’avanguardistica costellazione spirituale di Wu Li. Integrando pittura classica, installazioni site-specific, video dinamici e algoritmi di Intelligenza Artificiale, gli autori attivano una metodologia intermediale. In questo sperimentazione il medium cessa di configurarsi come mero strumento espressivo per farsi estensione della percezione sensoriale. Di conseguenza, l’esperienza microscopica del singolo e la macro-narrazione della storia attuano un profondo gioco di specchi e una risonanza all’interno e all’esterno delle sale, generando inedite polifonie contemporanee.
Omaggio a Wu Li:
La meta negata è il vero orizzonte
La folgore infranse il colto pellegrinaggio,
ma a Macao Iddio accese il Suo riflesso.
I passi tronchi del verga-creato,
fansi sigillo a baciar questa terra.
Chi è Wu Li?
Quale viaggio interrotto? E quale metamorfosi dell’anima?
Wu Li (noto con lo pseudonimo di Mojing Daoren 墨井道人, 1632–1718), originario di Changshu 常熟 nella provincia del Jiangsu 江苏, è annoverato, nella storia dell’arte cinese, tra i “Sei Grandi Maestri del primo periodo Qing 清初六大家”. Nato in una colta famiglia di letterati, si dedicò fin dalla più tenera età allo studio approfondito della pittura tradizionale e della musicologia classica. Avendo vissuto nel drammatico fulcro della transizione dinastica tra i Ming e i Qing, un’epoca segnata dal passaggio traumatico dal caos bellico alla progressiva pacificazione imperiale, Wu Li, in quanto intellettuale di etnia Han, mantenne un passivo dissenso e una distaccata resistenza nei confronti del nuovo potere mancese. Ciononostante, preservò una straordinaria apertura intellettuale e il coraggio di accogliere nuovi orizzonti del sapere. Profondamente affascinato dalle prime divulgazioni della cultura scientifica e umanistica occidentale, frequentò assiduamente missionari e sacerdoti europei, intraprendendo un percorso esistenziale e artistico, sospeso tra fede e ricerca estetica.
Nel 1681, Wu Li maturò la decisione di accompagnare il gesuita belga Philippe Couplet (1623–1693) a Roma per un’udienza con il Pontefice Innocenzo XI. Il piano originario prevedeva uno scalo a Macao per imbarcarsi su un vascello commerciale olandese diretto in Europa; tuttavia, una volta giunto sul territorio di Macao, l’impossibilità di proseguire il viaggio lo costrinse a una sosta forzata di oltre cinque mesi. L’anno successivo, scelse di fare ingresso nella Compagnia di Gesù a Macao: ricevette il battesimo con il nome di Simon-Xavier e, secondo la consuetudine dell’ordine, assunse il nome portoghese di Jacone 雅古纳. Durante il soggiorno a Macao, Wu Li stabilì la propria dimora presso il Complesso di San Paolo 大三巴, dove si dedicò intensamente alla composizione poetica e alla pittura. In questa fase la sua cifra pittorica iniziò ad assimilare le prime influenze formali dell’arte occidentale. In ambito letterario, redasse la celebre raccolta Sanba Ji 三巴集, il cui titolo deriva dalla trasposizione fonetica cinese della Chiesa di San Paolo. All’interno dell’opera, i trenta componimenti, “Canti sparsi di Macao 澳门杂咏”, restituiscono un vivido panorama dei costumi, della topografia e dei fenomeni locali, consolidandosi come una delle fonti storiografiche e letterarie più autorevoli sulla Macao delle origini. Nel 1682, lasciò l’isola per esercitare il proprio ministero sacerdotale e l’attività missionaria nelle regioni tra Jiangsu 江苏 e Zhejiang 浙江, prima di spegnersi a Shanghai 上海.
Al momento della conversione e dell’ordinazione di Wu Li, l’imperatore Kangxi (康熙, 1654-1722) perseguiva ancora una politica di tolleranza e pacificazione nei confronti del cristianesimo. Tuttavia, a ridosso della morte del maestro, la “Controversia dei Riti Cinesi” esplose in tutta la sua gravità, inducendo Kangxi a decretare il bando del culto; un divieto che venne ereditato e applicato con estrema rigidità dai successivi imperatori Yongzheng (雍正, 1678-1735) e Qianlong (乾隆, 1711-1799). Wu Li fu uno dei primi tre sacerdoti di nazionalità cinese ordinati durante la dinastia Qing (1636-1912). Sebbene la sua scomparsa precedette l’acuirsi delle persecuzioni, questo radicale sconvolgimento storico finì per proiettare un’ombra profonda e duratura sulla sua eredità spirituale e sulla memoria della sua opera.
Sullo sfondo dell’ortodossia confuciana e dell’ordine imperiale della dinastia Qing, Wu Li ha compiuto nel corso della sua intera esistenza una metamorfosi spirituale capace di unire Oriente e Occidente. Le radici del suo pensiero, germogliate all’interno del confucianesimo tradizionale, hanno attraversato il trauma della transizione dinastica e il contatto con le correnti di pensiero esogene, per trovare il proprio approdo definitivo nella fede cattolica. Questa traiettoria intellettuale si configura come l’esempio di una stagione di scontri e fecondazioni reciproche tra culture transoceaniche. Pur da intellettuale tradizionale, formatosi in un’epoca di radicali mutamenti, Wu Li non si è trincerato entro i confini della sua cultura, ha scelto, al contrario, di accogliere l’alterità. Questo spirito culturale, fondato sulla “sperimentazione e sulla sintesi”, costituisce il fulcro concettuale della mostra Jacone’s Polyphony. Assumendo come incipit il “Pozzo d’Inchiostro 墨井,” considerato da Yanzi come simbolo dello spirito letterario cinese, l’esposizione ridesta nel contesto dell’arte contemporanea un’anima d’avanguardia che ha indagato incessantemente le fessure della storia.
L’interpretazione contemporanea dei tre artisti nello spazio di Jacone’s Polyphony
L’artista Eric Fok Hoi Seng 霍凯盛: Il Pozzo d’Inchiostro – L’Assenza Storica – Lo Sguardo Remoto – Rovine della cattedrale di San Paolo
L’asse narrativo dell’esposizione si dispiega a partire dall’opera di Eric Fok Hoi Song intitolata Layers of Time 时空的叠层. Il nucleo concettuale del lavoro affonda le radici nello pseudonimo taoista e letterario con cui Wu Li amava autodefinirsi: Mojing Daoren 墨井道人, ovvero “Il saggio del Pozzo d’Inchiostro”. Questo appellativo trae origine da una leggenda legata alla sua antica dimora, storicamente appartenuta a Yanzi (言子, 506 a.C. – 443 a.C.), celebre discepolo di Confucio; all’interno della residenza si trovava un antico pozzo le cui acque erano “profonde e nere come l’inchiostro”, ribattezzato appunto Mojing (Pozzo d’Inchiostro). Questo nome non evoca soltanto il legame viscerale di Wu Li con quel luogo, ma condensa la sua identità di letterato tradizionale, il suo attaccamento alla terra natia e la genesi della sua stessa ricerca artistica.
L’artista Eric Fok Hoi Song ha utilizzato la presenza di una vasca circolare preesistente all’interno dello spazio espositivo, come fulcro dell’opera. Attraverso la tecnica museografica del “paesaggio mutuato 借景”, ha edificato attorno allo specchio d’acqua sei pareti in bamboo-steel, con l’intento di creare un Pozzo d’Inchiostro. Il materiale d’avanguardia fonde la texture lignea della tradizione orientale al rigore della produzione industriale contemporanea. Su questi pannelli, Eric Fok Hoi Song ha riordinato e sintetizzato la traiettoria biografica percorsa da Wu Li prima del suo approdo a Macao, tramutandola in una mappa pittorica figurativa incisa al laser sulle superfici metalliche. La disposizione circolare delle sei pareti non si limita a guidare il visitatore in un percorso in cui lo scenario muta a ogni passo 移步换景, ma converte l’atto del guardare nel rituale di un dialogo trans-temporale. I riflessi fluttuanti della luce sulla superficie dell’acqua si sovrappongono alle narrazioni incise sul bamboo-steel, innescando un intreccio tra la sedimentazione della storia e lo spazio fisico del presente. Ritrovandosi al centro di questo dispositivo, lo spettatore si trasforma in un partecipante attivo della memoria storica.
La leggenda che avvolge la figura di Wu Li non risiede unicamente nei territori da lui fisicamente solcati, ma risuona soprattutto in quei rimpianti storiografici legati a viaggi mai intrapresi. Le fonti documentarie attestano che l’antico maestro nutrì la grandiosa ambizione di raggiungere Roma, fermandosi tuttavia definitivamente a Macao. Assumendo il concetto teorico di “assenza storica” come nucleo generativo del proprio intervento, Eric Fok Hoi Seng sviluppa un’articolata esplorazione immaginifica attorno a questo viaggio incompiuto, dando vita all’opera Silent Travelogues 静默的游记. L’artista assume, come coordinata spaziale e termine di paragone speculare, la traiettoria marittima e la narrazione biografica di Shen Fuzong (沈福宗), intellettuale cinese che nella medesima epoca riuscì ad approdare con successo in Europa. Su questa scorta, egli traduce gli incontri umani e i cortocircuiti interculturali che Wu Li avrebbe vissuto se fosse giunto a Roma in un denso testo pittorico e visivo, formulato attraverso le cifre della propria cartografia fantastica.
I pannelli sono come un diaframma architettonico, svolgono una funzione di partizione del volume espositivo e al contempo sono metafora e sbarramento liminale tra l’Oriente e l’Occidente, tra la dimensione storica e l’orizzonte del presente. Sulla superficie del paravento l’artista ha volutamente praticato quattro fessure geometriche, assunte come “porosità storiche”. Attraverso questi varchi ottici, Eric Fok Hoi Seng introduce sequenze video dinamiche generate tramite intelligenza artificiale, capaci di trasfigurare i sentieri biografici, reali o puramente immaginati, di Wu Li. Lo spettatore, invitato a spiare attraverso queste feritoie, accede ad un’altra conoscenza della vita dell’antico sacerdote. Questa installazione scardina le barriere del tempo cronologico, consolidandosi come il ricettacolo di un dialogo spirituale che scavalca tre secoli di storia.


L’installazione dell’artista Eric Fok Hoi Seng intitolata Distant Views 远眺的场域, allestita nell’area del balcone esterno, cattura l’attenzione del pubblico attraverso un singolare dispositivo di interazione visiva, edificando un ponte ottico capace di connettere lo spettatore all’orizzonte temporale di Wu Li. L’opera si articola attorno all’archetipo del “cannocchiale”. Nella storia della civiltà umana, l’invenzione del cannocchiale non si è limitata a fornire l’impulso decisivo alle grandi navigazioni globali e agli scambi transculturali, ma ha acquisito sul piano estetico una profonda metafora legata all’osservazione, alla ricerca e al ricongiungimento a distanza. L’artista ha inserito all’interno delle lenti dei due cannocchiali illustrazioni d’epoca che ritraggono le antiche vedute di Macao e di Roma. Il primo dispositivo, che dischiude la topografia di Roma, è orientato in direzione dell’ingresso principale della Biennale di Venezia, interpretando idealmente l’aspirazione mai sopita di Wu Li di raggiungere l’Europa; il secondo, che reca impressa la mappa storica di Macao, è rivolto perentoriamente contro la parete, cristallizzando l’impossibilità di quel viaggio. I due dispositivi ottici raccontano la tensione tra l'”anelito ideale” e i “vincoli della realtà” che governarono l’esistenza del maestro.


Le monumentali Rovine della Chiesa di San Paolo 大三巴牌坊, simbolo architettonico di Macao, si fanno testimoni di un punto di contatto che scavalca i secoli tra l’artista Eric Fok Hoi Seng e l’antico maestro Wu Li. Avendo frequentato un istituto scolastico situato nei pressi delle rovine, i passi quotidiani di Eric Fok Hoi Seng si sono sovrapposti prodigiosamente alle traiettorie storiche percorse trecento anni prima da Wu Li, nelle sue tappe di studio, nel suo vagare tra le callette e nel suo transitare dentro i complessi ecclesiastici. Da questo cortocircuito topografico nasce l’opera Floating Stones 浮石. L’artista ha impresso la texture materica del portale e della scalinata in pietra della Chiesa di San Paolo su monumentali fogli di carta Xuan 宣纸, sospendendoli poi nel vuoto della sala espositiva attraverso una struttura installativa aerea. La carta Xuan, medium d’elezione della pittura classica orientale, compie sul piano visivo una radicale trasposizione e riconfigurazione del campo storico. Tra gli interstizi e le fessure della composizione, l’artista inserisce frammenti dell’immaginario visivo di Wu Li. In questo modo, i dubbi, le meditazioni e le osservazioni del passato del sacerdote gesuita trovano un’intima traduzione contemporanea del forte afflato letterario.


L’artista Veronica Lei Fung Ieng 李凤莹: Liangshui Jie 凉水街, il luogo dell’approdo
Veronica Lei Fung Ieng attinge a una sensibile prospettiva femminile e confessionale per dare vita all’opera Sigh of Migration 感叹的迁徙. Condividendo con l’antico maestro Wu Li la duplice identità di fervente cattolica e di artista, ha volutamente stabilito il proprio studio in Liangshui Jie 凉水街 di Macao, luogo che la tradizione orale indica come il primo punto d’approdo di Wu Li al suo arrivo a Macao. Questo specifico spazio architettonico diviene il medium spirituale capace di accogliere due traiettorie esistenziali separate da tre secoli di storia. L’installazione assume il foglio d’alluminio come supporto materico per calcare e ricalcare la morfologia architettonica dello studio, imbevendone successivamente la superficie di cera liquida. Il rigore industriale dell’alluminio e la consistenza calda e organica della cera si fondono: la fragilità della cera traduce plasticamente il fluire del tempo. Questo scontro tra materiali non si limita a riflettere il logoramento degli anni, ma si fa metafora dei caratteri intimi della trasmigrazione dello spirito. L’artista indaga le possibilità di connessione tra i documenti storici frammentati e i brandelli della memoria contemporanea. Rintracciando i passaggi psicologici della migrazione culturale, l’artista attraversa il trauma dello sradicamento per riconquistare, infine, il proprio baricentro spirituale.

L’artista O Chi Wai 柯智伟: il cinema narrativo di Tianyue Zhengyin Pu 天乐正音谱
Allontanandosi dal “Pozzo d’Inchiostro” nella regione del Jiangnan (江南 è un’area geografica in Cina riferita alle terre immediatamente a sud del basso corso del Fiume Azzurro, comprendente la parte sud del delta del fiume), Wu Li compie a Macao la sua metamorfosi intellettuale ed esistenziale, transitando dallo statuto di letterato a quello di credente. L’artista O Chi Wai, in collaborazione con il coro a cappella Water Singers Vocal Ensemble 水声人重唱团 di Macao, opera una trasposizione del Tianyue Zhengyin Pu 天乐正音谱, che è il compendio di canti sacri redatto dallo stesso Wu Li. Questo progetto mette al centro la fusione culturale e il reciproco arricchimento tra sistemi eterogenei. Il video culmina negli spartiti musicali Sanqu 散曲 (poesia cantata libera della dinastia Yuan), un’opera unica rivelatrice della dimensione spirituale di Wu e della sua poetica vicina al nostro presente. Sotto il profilo metodologico, la ricerca si configura come un’autentica “indagine sul campo e sul territorio”, che ripercorre e riesamina la traiettoria biografica di Wu Li attraverso pratiche di cammino e dispositivi video-narrativi. Il dispositivo installativo prende in prestito la struttura classica del trittico ecclesiastico occidentale, articolandosi su tre schermi video sincroni. Attraverso la riattivazione dell’esperienza transculturale dell’antico maestro, l’opera interroga le possibilità dell’identità plurale nel contesto della globalizzazione e risponde sancendo una prosecuzione dello spirito di Wu Li.

L’eterna “Polyphony” dello spirito
Jacone’s Polyphony non si configura unicamente come una presentazione di arti visive; essa rappresenta, piuttosto, un dialogo spirituale capace di scavalcare i confini del tempo e dello spazio. Estrapolando ed enucleando la “singolare tessitura biografica e testuale” di Wu Li dal tessuto storico e umanistico locale, l’esposizione dischiude una profonda rivelazione per il nostro presente. Macao’s uniqueness lies in the coexistence of diverse cultural practices, with Chinese culture as the mainstream, and its rich heritage as a focal point of East-West cultural exchange. This exhibition explores history, highlighting overlooked narratives and forgotten fragments, while showcasing Macao’s innovative spirit and inclusivity in fostering cultural integration in a contemporary context.1 Nella figura di Wu Li convergono i molteplici paesaggi culturali della Cina continentale, di Macao e dell’Europa; la sua incessante ricerca interiore ed esistenziale si tramuta nell’atto di comporre, nel corso della drammatica transizione dinastica, un inno alla vita intriso di spirito polifonico. Come attesta questa traiettoria di viaggio, il dialogo interculturale e trans-istituzionale non si è mai configurato come un solido ponte teso tra due continenti; assomiglia, al contrario, ai monsoni e agli oceani che bagnano queste terre, territori instabili e densi di correnti sotterranee, di improvvisi naufragi e di approdi inaspettati. Lungo le sponde dei canali di Venezia, il Padiglione di Macao adotta una narrazione peculiare per dimostrare al mondo una verità fondamentale. Quelle esperienze individuali storicamente relegate In Minor Keys dalle grandi narrazioni della storia custodiscono, in realtà, la nota più potente: l’unica attraverso cui l’umanità contemporanea, ferita da fratture, diaspore e shock culturali, può conseguire la propria catarsi e salvezza spirituale.
1 Feng Yang, Cindy Ng Sio Leng, Jacone’s Polyphony Exhibition from Macao, China, in In Minor Keys. La Biennale di Venezia, vol. II, Milano: Silvana Editoriale, 2026, pp. 238-253.


