C.O.M.: com.unità dell’arte diffusa
Roma – 11 Marzo 2026
by Vittoria Biasi, Fabiola Manfredi

L’acronimo C.O.M. (City Open Museum) con cui si sintetizza il progetto di arte diffusa (transmediale, multimodale, interattiva) generato dall’Accademia di Belle Arti di Carrara conferma la vocazione dell’arte e del nostro patrimonio a trasformarsi in un spazio diffuso, ma secondo condizioni diverse: C.O.M. è il museo a cielo aperto, un luogo mentale che varca i confini della tradizionale distribuzione topografica e geografica dell’arte tra le città, le piazze, i parchi.
Dall’Accademia di Belle Arti di Carrara si slancia allora un progetto che intende costruire uno spirito di comunione tra le comunità delle arti secondo un un sistema a cerchi (centri) concentrici, in cui i progetti dei Conservatori, delle Accademie e delle Università che hanno accolto l’invito si inanellano l’un l’altro generando a loro volta altre comunità che condividono le esperienze scaturite da ogni singolo, come una costellazione temporanea fatta di differenze, in cui ogni territorio, contesto culturale locale, o sensibilità alla ricerca, mantiene la propria identità. Il risultato è la generazione di luoghi mentali che reinterpretano la vocazione dell’arte a vivere al di fuori di confini rigidi, all’interno di una totalità, secondo quella spinta wagneriana che oggi si esprime come una grande comunità (con)temporanea.
All’interno di questa prospettiva di arte diffusa e di costruzione di comunità culturali che attraversano luoghi e discipline si inserisce l’incontro con Massimo Bartolini, invitato dalla prof.ssa Virginia Zanetti nell’ambito delle attività del progetto C.O.M.
Il talk dell’artista ha offerto l’occasione per riflettere sul rapporto tra suono, spazio e percezione, a partire dalla ricerca che Bartolini ha sviluppato nel Padiglione Italia della 60ˆ Biennale di Venezia.
L’opera Two here/To hear di Massimo Bartolini – Padiglione Italia, 60ˆBiennale di Venezia- è stata la rappresentazione poetica di “un” approdo filologico, di una estraniazione dal tempo, dal pensiero dei foreigners everywhere alla ricerca di un percorso alternativo per uscire da alcune trappole della vita.
La drammaticità di eventi internazionali, la persistente gara conflittuale tra individui autoreferenziati che agiscono come stranieri morali anzi, come nemici morali, continuano a creare situazioni che interrogano e fanno riflettere. Problemi e ipotesi di soluzioni si sovrappongono a teorie e ideologie creando condizioni di confusione che minano il soggetto più debole della catena che è il soggetto, con il suo sogno, la sua arte, la sua storia sociale e giornaliera. L’arte della performance, che si svolge in luoghi aperti e di libero passaggio, ha radici lontane e nella contemporaneità diviene rivelatrice di storie e di peculiarità di angoli di vita. Queste piccole perle d’arte hanno valore sociale, tracciano una geopolitica antropologica, a cui prestare attenzione. L’ascolto, la relazione con l’altro è parte del vedere: la performance è parte, con il suo respiro, del processo di conoscenza tra il sé e il luogo.
All’interno del percorso creativo nel dialogo con l’essenza dei luoghi si inserisce la decennale ricerca di Massimo Bartolini espressa nella lectio magistralis Sentire, ascoltare…
Con rigore filologico, l’artista, nell’opera Two here/To hear elabora diversi livelli di ascolto dei luoghi, di trascendenza degli opposti per cercare la via dell’essenza. L’ascolto è parte della ricerca spirituale e scorge sistemi di rapporti energetici/numerici come percorso verso rappresentazioni armonizzate. Nel Padiglione Italia, un tubo, come una canna d’organo posata orizzontalmente sul pavimento, è attraversata da vibrazioni sonore udibili solo dal visitatore attento. Su un’estremità del conduttore di onde sonore è posata la piccola statua del Bodhisattva: un Buddha coreano, pensoso, che ritarda la sua illuminazione per potersi dedicare ad aiutare gli uomini. Lo spazio tenuemente illuminato è opera di se stesso, pervaso da sottili fremiti udibili nella solitudine e nel silenzio. La seconda sala è il luogo della ricerca sull’incontro o sulla possibilità che l’energia iniziale possa essere come suono che cela il ritmo. Distribuita lungo una costruzione di canne, l’energia sonora muove l’acqua contenuta in un cilindro e ne determina il sollevamento ritmico.
In Documenta del 2012, a cura di Carolyn Christov- Bakargiev, l’artista ha presentato, nel parco di Karlsaue davanti all’Orangerie, l’opera Untitled (Wave) costituita da una piscina in cui l’onda si spinge avanti e indietro in modo uniforme generando un suono sommesso e quasi oleoso. Il moto continuo dell’acqua (trattata) della piscina genera risonanze morbide, ovattate, differenti dal rumore aspro del mare che si frantuma sulla costa.
La terza parte dell’opera in Biennale è all’aperto, nel Giardino delle Vergini antistante il Padiglione Italia, per la prima volta considerato spazio integrante dell’esposizione italiana e in cui Bartolini crea il dialogo del suono con uno spazio esterno, su cui agiscono differenti componenti.
Nel Giardino delle Vergini, comune ai padiglioni Italia e Cina, lo spettatore è attraversato da lieve e composto suono proveniente dai rami di un albero: un coro a tre voci, campane e vibrafono, composto dall’artista inglese Gavin Bryars e da suo figlio Yuri, cantano di un uomo che si percepisce come albero e partecipa del processo di osmosi con l’altro. La composizione si ispira al testo A veces ya no puedo moverme, Certe volte non riesco più a muovermi del poeta argentino Roberto Juarroz. Fermarsi, ascoltare e ascoltarsi attraverso l’altro alludono al viaggio interiore. In tal senso il Giardino delle Vergini si trasforma in una partitura musicale, in cui l’atmosfera della ricerca crea momenti di magica percezione di un sé collegato ad un tutto mentale, al di sopra degli alberi. La musica dei Bryars si coniuga con n dell’ideogramma cinese Qiu Zhenzhong come in un passaggio dall’anima al corpo, dallo spirito alla materia. Tutta la situazione appartiene al segreto sentire sulla pelle i vuoti del suono e delle calligrafie.
Il suono esterno, il suo ascolto, l’incontro con il ritmo profondo che è in ogni uomo ha il passaggio nel pensiero, nella scrittura, nella danza, nella musica e in ogni espressività.
La religione Indù riconosce in Śiva la divinità della danza, che è segno del movimento cosmico.
All’interno della lectio magistralis, la proiezione del film Massimo Bartolini – Due qui/ To Hear è dedicato al progetto realizzato per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Nel lavoro sono raccolte riflessioni e esperienze che introducono il pubblico alla dimensione sonora, spaziale e relazionale dell’opera presentata in Biennale.
Nella seconda parte della lectio, Bartolini propone una successione di considerazioni per accedere alle manipolazione del suono, rivelandone la possibilità scultoree. Il suono è la forza generativa dello spazio, dei corpi, delle trasformazioni: per inoltrarsi nell’interpretazione dei luoghi è necessario affinare la percezione. Presentando alcune opere realizzate all’aperto, l’artista rivela la trasformazione sonora di energie celate in angoli di campi!




