19ˆ Mostra Internazionale d’Architettura,
Padiglione Italia
Roma – 13 Dicembre 2025 by Monica Melani

Le esposizioni di Architettura della Biennale di Venezia riuniscono gruppi di cooperazione internazionale che raccontano la storia dei paesi che rappresentano. Il direttore Carlo Ratti ha concepito la sua Biennale Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva come luogo di coinvolgimento attivo, di partecipazione e incontro tra le analisi dei luoghi e la necessità di interventi con metodi di umana riflessione su cui applicare finalizzati sistemi dell’AI. L’architetto Guendalina Salimei, curatrice del progetto TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare per il Padiglione Italia, si è formata affrontando temi ricchi di problematiche architetturali, sociali, di territorio geologico, antropologico, mitologico, naturale ecc. Il rispetto per il contesto socio-culturale dei luoghi l’ha resa popolare nell’intervento di riqualificazione dell’area romana di Corviale, in cui condivide l’impegno con un team di specializzati ma anche con l’importante rete associativa presente, per poter cogliere aspetti e problematiche del vivere sociale. Il rapporto con la lettura del territorio è una peculiarità del suo essere architetto. È suo il progetto per la scuola primaria nel cuore di Corviale e l’ormai famoso “Km verde” del piano intermedio del cosiddetto “Serpentone”, in via di completamento, che ha ispirato il film di Riccardo Milani interpretato da Paola Cortellesi.
Il suo progetto vincitore nel 2024 per il waterfront di Messina è un lavoro di equipe collocato all’interno del Raggruppamento Temporaneo di Professionisti, abbracciando differenti metodi di lavoro e di visione.
Guendalina, mi permetto di darti del tu, vista la conoscenza ormai ultradecennale attraverso le varie iniziative organizzate a Corviale, che ti riconosce come propria archistar…
1 -D.
Con il progetto per la Biennale, TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare, hai rivolto l’attenzione agli 8000 km di coste italiane, differenziate dalla vegetazione, dalle linee, dalle forme di insediamento cercando nuove possibili prospettive e sei riuscita a raggiungere diversità di visioni e di studi aprendo una Call for visions and projects ricevendo circa 600 proposte da gruppi di lavoro.
Cosa ha significato per te esporre in Biennale il progetto TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare, che è fondato sulla partecipazione e su una estesa condivisione?
R. Il progetto curatoriale di TERRÆ AQUÆ. L’Italia e l’intelligenza del mare che abbiamo portato in Biennale, ha rappresentato l’occasione per proporre un nuovo modello di lettura e di progetto del territorio costiero italiano, fondato sulla partecipazione e su una condivisione ampia e inclusiva. Passare da un sistema di selezione chiuso a una call aperta è stata una scelta decisiva: ci ha permesso di raccogliere più di seicento proposte (ridotte alla metà dopo una difficilissima selezione), dando spazio a ricerche spesso poco visibili ma di grande valore, e costruendo un dialogo reale tra generazioni, culture e approcci differenti.
La Call for Vision and Projects ha fatto emergere un materiale intellettuale sorprendentemente vasto, proveniente da università, studi professionali, enti pubblici, istituzioni culturali, artisti, studenti (anche delle scuole) e molti altri operatori della cultura. La sua “emersione” ha reso accessibili straordinari “deep data” – documenti, cartografie, modelli, archivi e fonti locali – che di rado entrano nei circuiti di conoscenza a grande divulgazione. Questo insieme eterogeneo di contributi ha rivelato l’esistenza di un patrimonio diffuso di competenze spesso frammentato o poco visibile, che la piattaforma curatoriale ha consentito di ricomporre e valorizzare. La ricchezza di tali materiali ha generato un terreno fertile di elaborazione, in cui la dimensione analitica e quella progettuale si intrecciano in modo naturale. La call, lungi dall’essere un semplice strumento di selezione, si è trasformata in un dispositivo di esplorazione collettiva, capace di far emergere le molteplici relazioni tra l’Italia e il mare: dalle forme dell’abitare alle geografie costiere, dalle trasformazioni ambientali alle strategie di rigenerazione paesaggistica.
Curare un progetto così ampio ha significato, per me, assumere il ruolo di un direttore d’orchestra: coordinare molte voci e molte sensibilità, costruendo un insieme armonico nel quale ogni contributo mantiene la propria identità ma partecipa a una narrazione comune. La Biennale è diventata lo spazio privilegiato per far emergere un patrimonio diffuso di idee, offrendo al Paese uno sguardo condiviso sul futuro delle sue coste, sospeso tra la necessità di innovare e il rispetto della memoria che le attraversa.
2 -D.
Guardare le coste dalla parte del mare cosa vuol dire? Come l’intelligenza collettiva può innescare un rinnovamento per rendere il Mediterraneo parte di una visione globale?
R. Osservare le coste dal mare significa adottare una prospettiva capace di sovvertire la tradizionale lettura del confine tra terra e acqua. La linea di separazione si dissolve, rivelando uno spazio di soglia – un limen – in cui si concentrano dinamiche di transizione, interazione e potenziale trasformativo. È in questi margini che si attivano processi di sperimentazione architettonica e sociale: emergono nuovi usi dello spazio, si consolidano comunità ibride, si ridefiniscono centralità e forme dell’abitare.
Il Mediterraneo, con la sua pluralità di coste, culture e storie, si configura così come un laboratorio territoriale condiviso, nel quale elaborare strategie innovative e sostenibili capaci di rispondere alle trasformazioni ambientali, climatiche e socio-culturali in atto. La complessità materiale e immateriale dei suoi paesaggi – stratificati nel tempo e segnati da continui processi di adattamento – offre un terreno fertile per la progettazione di spazi pubblici multifunzionali, ecologicamente sensibili e in grado di generare nuove modalità di esperienza e di vita urbana.
In questa prospettiva, l’intelligenza collettiva – intesa come patrimonio diffuso di conoscenze, pratiche, memoria e capacità progettuali – assume un ruolo centrale. Essa consente di interpretare il Mediterraneo non più soltanto come un limite geografico o politico, ma come un dispositivo relazionale: un luogo di incontro, innovazione e rinnovamento, capace di dialogare con le sfide globali e di offrire paradigmi replicabili oltre i suoi confini.
3 -D.
La concezione del progetto collettivo è stata tradotta in un allestimento molto articolato immerso nell’illuminazione scenografica da cui emergono video e progetti realizzati o in fieri. Molta parte del pubblico è stato sorpreso dall’esistenza di studi sulle coste da parte di università e strutture istituzionali. Questo immenso lavoro tuo e dei tuoi colleghi potrà continuare come filo conduttore di un progetto per il futuro? Come potremo sostenere questo importante impegno?
R. L’ambizione del nostro lavoro è stata indagare le modalità attraverso cui ricostruire un rapporto rinnovato tra uomo, terra e acqua, orientato verso un futuro fondato sulla bellezza, sul rispetto e su un equilibrio ecologico durevole. In questa prospettiva, la Biennale di Venezia – e in particolare il Padiglione Italia – si configura come un laboratorio intellettuale nel quale idee e pratiche possono emergere, confrontarsi criticamente e maturare. Tuttavia, il valore più significativo di tali elaborazioni si manifesta quando esse oltrepassano il perimetro istituzionale della mostra, raggiungendo territori distanti, comunità periferiche e realtà marginali, dove possono attivare processi di rigenerazione culturale e trasformazione sociale.
La mostra, in questo senso, non si esaurisce nella sua dimensione temporanea: diventa un dispositivo capace di orientare nuove traiettorie progettuali, di mobilitare saperi diffusi e di valorizzare risorse spesso invisibili o sottoutilizzate. Quella che definiamo “la Biennale fuori dalla Biennale” assume così il ruolo di strumento di democrazia culturale e di innovazione collettiva, aprendo lo sguardo verso orizzonti più ampi e condivisi, e contribuendo alla costruzione di futuri possibili e più inclusivi.
4 -D.
Le oscurità e l’installazione sonora di David Monacchi, con il sovrapporsi di voci di pescatori, di ritagli di vita, quasi velature di un dipinto, hanno reso più intensa la sensorialità del percorso lungo il confine tra mare e terra. La partecipazione dei bambini con i loro disegni esposti sul tavolo conclude poi la poetica! L’immaginario, sollecitato a più livelli, segue il percorso espositivo incontrando opere di artisti visivi. Quale contributo hai voluto portare alla coralità del progetto con la partecipazione degli artisti Thomas De Falco, Agnes Questionmark, Marya Kazoun, Alfredo Pirri e Anna Muskardin?
R. Il progetto curatoriale nasce dall’idea che il confine tra terra e mare non sia una semplice linea geografica, ma uno spazio complesso in cui l’uomo ha costruito, nel tempo, storie, relazioni e forme di vita. Per questo la scelta è stata quella di riunire contributi provenienti da discipline e sensibilità differenti, costruendo un ambiente in cui linguaggi artistici, registri sonori e sguardi antropologici potessero intrecciarsi in un’unica narrazione.
La composizione elettroacustica di David Monacchi introduce il visitatore in una dimensione immersiva, aprendo l’ascolto a paesaggi sonori che evocano territori trasformati e invitano a percepire il mare come un habitat complesso, fatto di stratificazioni profonde. In dialogo con questa soglia sonora, il grande affresco digitale di Francesco De Melis offre una visione etnografica della civiltà marinara italiana, restituendo un Mediterraneo inteso come spazio storico e antropologico, attraversato da memorie e gesti condivisi. Attorno a queste due polarità si dispiegano le opere degli artisti contemporanei, che ampliano ulteriormente il campo di indagine. Le installazioni e le performance tessili di Thomas De Falco, le figure ibride di Agnes Questionmark, la meditazione sulla fragilità umana proposta da Marya Kazoun, il pavimento specchiante di Alfredo Pirri, le fotografie di Luigi Filetici e la scultura simbolica di Anna Muskardin introducono prospettive diverse ma convergenti: ciascuna indaga, con il proprio linguaggio, il fragile equilibrio tra natura e presenza umana, tra memoria e trasformazione.
Il mio ruolo (e quello di tutto il team curatoriale) è stato quello di tessere insieme queste differenze, trasformandole in un racconto unitario. L’obiettivo non era presentare una semplice collezione di opere, ma costruire un dispositivo capace di restituire la ricchezza delle terrae aquae come luoghi di incontro e di attraversamento, dove l’azione dell’uomo e la vita del mare si sono generate reciprocamente. In questo intreccio di suoni, immagini e gesti, il Padiglione diventa uno spazio in cui la complessità dei margini costieri – geografica, culturale ed esistenziale – può essere percepita nella sua interezza.


