Roma – 4 Luglio 2026 by Sabrina Consolini

«È in corso un progressivo smantellamento delle tutele dei beni culturali e del paesaggio». L’allarme lanciato da Italia Nostra non rappresenta soltanto una denuncia nei confronti di alcuni recenti provvedimenti legislativi, ma riapre una questione ben più ampia: quale idea di patrimonio culturale intende perseguire oggi l’Italia?
Nel documento diffuso dall’associazione viene denunciato un progressivo indebolimento del sistema di tutela costruito nel corso del Novecento, culminato nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. n. 42/2004), attraverso una serie di interventi normativi presentati come strumenti di semplificazione amministrativa, modernizzazione e sviluppo. Secondo Italia Nostra, tali provvedimenti finiscono invece per incidere su uno dei principi fondanti della Repubblica, sancito dall’articolo 9 della Costituzione, che riconosce la tutela del patrimonio storico, artistico e del paesaggio quale valore primario dell’interesse nazionale.
L’associazione richiama l’attenzione sulle proposte di legge n. 2606, 2529, 2230 e 1429, attualmente all’esame del Parlamento, che intervengono su disposizioni centrali del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. A queste si aggiunge la Legge n. 40/2026, ritenuta suscettibile di limitare il controllo delle Soprintendenze sulla circolazione delle opere d’arte e dei beni culturali, favorendo una progressiva privatizzazione della gestione del patrimonio e un indebolimento delle garanzie poste a presidio della sua conservazione.
Le preoccupazioni espresse da Italia Nostra investono anche la pianificazione urbanistica, la rigenerazione urbana, il Testo Unico dell’Edilizia e le normative relative agli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Ambiti differenti solo in apparenza, ma accomunati dalla capacità di incidere profondamente sul paesaggio storico, che il Codice considera parte integrante del patrimonio culturale della Nazione.
Particolarmente significativa è la critica rivolta al progressivo ridimensionamento del ruolo delle Soprintendenze, tradizionalmente garanti dell’interesse pubblico nella conservazione del patrimonio. Secondo Italia Nostra, il crescente ricorso alla semplificazione amministrativa, al silenzio-assenso e la trasformazione del parere delle Soprintendenze da “obbligatorio e vincolante” a mero parere “obbligatorio” rappresentano un mutamento sostanziale del sistema di tutela, con il rischio di trasferire competenze che la Costituzione attribuisce allo Stato.
Si tratta di un dibattito che supera il piano tecnico e investe la cultura della conservazione sviluppatasi in Italia nel secondo dopoguerra. Da Roberto Longhi a Cesare Brandi, fino alla Carta di Venezia del 1964, il restauro italiano ha elaborato un principio oggi universalmente riconosciuto: il patrimonio storico non è materia da aggiornare secondo le esigenze del presente, ma testimonianza irripetibile della storia, da trasmettere integra alle generazioni future. Brandi, nella sua Teoria del restauro, affermava che ogni intervento deve rispettare l’autenticità dell’opera e della sua materia, evitando qualsiasi alterazione che possa comprometterne il valore storico e artistico. È un principio che continua a rappresentare uno dei fondamenti della moderna disciplina della conservazione.
La tutela, del resto, non costituisce un ostacolo allo sviluppo, ma la condizione necessaria affinché il patrimonio possa continuare a svolgere la propria funzione culturale e civile. Come ricordava Benedetto Croce, il paesaggio è «la rappresentazione materiale e visibile della Patria», mentre l’articolo 9 della Costituzione eleva la sua protezione a principio fondamentale dell’ordinamento repubblicano.
L’allarme di Italia Nostra assume un valore ancora più concreto osservando quanto accade a Roma, dove gli interventi di trasformazione urbana stanno modificando profondamente il volto della città storica. Alla progressiva perdita del patrimonio arboreo si affiancano interventi definiti di “riqualificazione” che spesso si discostano dai principi del restauro conservativo. Le trasformazioni del Mausoleo di Augusto, del Colosseo e di altri luoghi simbolo della Capitale hanno alimentato un acceso dibattito tra storici dell’arte, archeologi, architetti e associazioni, sollevando interrogativi sulla compatibilità di tali operazioni con la conservazione dell’identità storica dei monumenti.
Roma non è una città come le altre. È il risultato di oltre duemila anni di stratificazioni storiche, artistiche e paesaggistiche che costituiscono un patrimonio universale riconosciuto dall’UNESCO. Ogni intervento sul suo tessuto urbano richiede pertanto una responsabilità che supera la dimensione amministrativa e investe quella culturale. La modernizzazione non può tradursi nell’omologazione dei luoghi né nella perdita della loro autenticità.
L’appello di Italia Nostra richiama dunque una questione essenziale: la tutela non rappresenta un vincolo burocratico, ma uno dei più alti strumenti di civiltà giuridica elaborati dall’Italia. Indebolirla significa mettere a rischio non soltanto monumenti, paesaggi e opere d’arte, ma la memoria stessa della Nazione. Perché il patrimonio culturale non appartiene alla generazione presente: è un’eredità ricevuta dalla storia e un bene comune che abbiamo il dovere di trasmettere, integro, a quelle future.


